Sapete nulla di quelle notti in cui tutto accade?
Io dovetti aspettare trent’anni dal giorno in cui nacqui, prima di allora, nulla. Mai avevo considerato la realtà come una potenza di tale sublimità.
E poi basta una serie di eventi di qualche ora per farti cambiare modo di vivere.
Cambiare e scoprire che quella di prima si chiamava apatia e non si hanno venti, diciotto o quarantasei anni. Non si ha un bel niente.
Lo scoprii con dei riccioli biondi ed un profumo di mora.
Invece l’unica cosa che rimase nel tempo a venire fu soltanto un bicchiere al martini con della scorza di limone sul fondo.
Poi furono solo ricordi di quello sguardo che aveva posato la sua gravità su quella parete, quelle labbra che poggiavano sul vetro terso e sulla mia bocca, sul petto, tra le dita, in una serie di movimenti che parevano il susseguirsi delle note di una dolce melodia.
Eppure mi pareva di non crederci quando mi carezzava le spalle con i capelli.
Pareva solo una favola particolarmente travolgente.
Tutto iniziò qualche mese prima, quando ci incontrammo. Fu in un locale vuoto, con il tavolo da biliardo al centro e la stecca poggiata, caduta là per terra, tra le gambe di legno del tavolo e quelle del proprietario, assopito in un tailleur color cacao.
Il legno dei mobili gravava in tutta la sua pesantezza, tra gli zoccolini indefiniti e le mensole che potevano essere state strappate dal bosco che giaceva giusto lì fuori dal locale.
Eppure non pioveva, vi era giusto qualche nuvola che schiariva la notte; faceva caldo anzi, era piena estate ed ogni cliente sembrava voler sudare steso sul suo tavolo per una vita intera. Se avessero visto le stelle e se per caso una di queste fosse caduta, di certo sarebbe stato questo il loro desiderio.
Stavo giusto lì, pure io un po’ gonfio di birra e lo stomaco che reclamava la cena, a pensare a quale sarebbe stato il mio desiderio, quando mi si avvicinò Jack e mi chiese se lo accompagnavo a prendere una boccata d’aria. Una farsa amichevole per offrirmi una sigaretta senza mostrarsi gentile.
Mi alzai, senza impegnarmi a nascondere la fatica di ogni gesto, ed uscii con lui. Passando dal bancone, tirai su una manciata di noccioline e me ne riempii la bocca, così che una volta fuori era già libera per fumarmi la sigaretta. Ci sedemmo per terra, su un davanzale sporco e rimanemmo lì, a parlare del più e del meno. O meglio, a più o meno a parlare.
Avevamo poca voglia di parlare entrambi,insomma.
Fu lì che scorsi per la prima volta quei boccoli biondi fuggire dal cappuccio della felpa. Poi un naso fino, labbra serene sporche di vino ed occhi furbi. Furono le uniche cose che ricordai di lei. Poi la dimenticai per mesi, la dimenticai subito il giorno dopo, qualche attimo dopo che se ne era andata, finita la sigaretta.
Poi però, non si sa com’è, ci sono cose che devono accadere anche se noi non ne sappiamo nulla.
Fu così che ci rincontrammo, di nuovo una notte e di nuovo senza sapere nulla l’uno dell’altro. Io con la mia vecchiaia nascosta dalle rughe fascinose della pelle logorata dall’alcol, dal fumo e dall’insonnia.
Mi vide e iniziò a ridere, io non capivo e poco m’importava di capire.
Il gioco continuava senza di noi, dunque non serviva fossimo attenti e vigili sulla situazione, ognuno poteva tenersi stretti i propri pensieri, bastava che ognuno avesse sé; per essere vicini all’altro c’era qualcosa d’altro rispetto alla futile coscienza.
Lasciammo così quei piccoli frammenti di vita al flusso del destino, a sussurri di parole e ad un bicchiere di vino. Poi la cucina divenne sala, la sala camera da letto.
E ne seguirono ghiaccioli, canne, thè alla vaniglia e un forte sapore di cioccolato che impregnava la tua lingua.
Ne rimasero solo fruscii, ne rimasero solo coperte spiegate, ne rimase dentro di me un desiderio impertinente di fragole rubate dalla tua bocca e capelli bagnati.
Ne rimase un odore di fumo nella stanza ed un’incomprensibile voglia di ridere e camminare per la strada di fretta anche se di fretta non se ne ha. Ne rimane la voglia di sedersi in un bar con un caffè e star lì a guardare la gente passare, sogghignando sotto i baffi di quello che noi abbiamo e che i loro volti grigi sembra che non avranno mai. O almeno, a noi piace pensare che sia così, perché è un egoismo che ci rende fieri e gelosi, un egoismo di quelli che ti mette il buon umore e toglie ogni altra necessità. È un gaio egoismo che ti sfama e glorifica, ti realizza e sbronza.
Cos’altro serve per essere felici?
In quale altro modo si può dire che si vive?
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