mercoledì 22 settembre 2010

Ennesimo schiaffo a cinque dita

Marghe:
"Ci terrei a dirti una cosa.
Io non voglio sparire, ma allo stesso tempo non voglio tornare a prima per ciò che riguarda il nostro rapporto.
Se non sbaglio uno dei motivi per cui ci separammo sicuramente per me di ultima importanza ma comunque nel calderone delle cose, fu che andasti a letto con chi ti avevo chiesto gentilmente di non farlo.
Ora tu torni dopo che sei stata via quasi un anno e mi racconti che hai fatto esattamente le stesse cose solo con un'altra persona.
Ora, non ho nessuna intenzione né di giudicare né di mettermi tra i fatti vostri, solo deduco che da quel punto di vista non sei cambiata e a me non va di dare fiducia a una persona che si comporta così.
Quindi ecco, vorrei solo farti capire che ti voglio bene ma che non mi va più di avere un rapporto d'un certo tipo con te."




Non c'è niente di peggio che sapere cosa è bene fare e fare l'opposto.
Non c'è niente di peggio che vedere la tua migliore amica di sempre puntare l'indice e darmi contro per questo. Come se non sapesse quanto sia diverso il sapere dal fare.
"Puttana" è un giudizio troppo facile per sentirselo dire da te, che lo vedresti, se solo lo volessi vedere, che quando ti racconto i miei sbagli tremo di senso di colpa.
E' più forte di me. E pare solo una debole difesa sussurrare "Fa male a me quanto a te", ma è una laida verità.
Anzi, io soffro ancora di più perchè so esattamente come sono andate le cose, nei più grotteschi dettagli; cose che voi, entrambe, nemmeno immaginate. Anzi, temete tanto che possano esser vere, che non me ne avete mai chiesto nulla.
Ho perso prima Marghe, per non avere nulla dal ciccione, e subito dopo Vale, per perdere ancor di più dall'ex galeotto.
Poi mi venite a chiedere come può nausearmi tanto l'idea di fare sesso.
Ecco il reale perchè: perchè per me è solo un gioco di competizione per dimostrarvi che sono migliore. Perchè non ho altro in cui possa sperare di esser migliori di voi ed è una realtà tristissima.
Mi dispiace, ma ne sono vittima io prima di voi e vi amavo già troppo per allonanarmi prima di arrivare a questo punto. E' un vizio che ho, ma per quanto orribile sia, non sono riuscita ancora a separarmene.
Per assurdo, paradossale che sia, io starei molto meglio ad avervi a fianco ora; come si dice "il più è passato".
Per me però, lo so.
Ora sono le vostre ferite a doversi richiudere e io non posso che star seduta ed aspettare un vostro gesto.

giovedì 9 settembre 2010

Io, solo io.

Forse troppa autostima, ma credo di aver quel qual certo fascino da personaggio di film noir alla Hitchcock.
Pensando che un viaggio in treno non possa che voler dire guardare fuori dal finestrino in piedi per tutta la sua corsa. Perché di sicuro noterei qualcosa di interessante. Anche un uomo sul retrobottega seduto a terra, solo, a guardare le sue arance appena colte o una macchina parcheggiata dietro ad un bosco con una coppia che cerca intimità o una ragazza scorta ballare nella sua cucina sono per me scene che nemmeno il sonno mi avrebbe potuto rubare.
Ed io, solo io, avevo la forza di coglierle, come fossero rami carichi di pesche mature sopra teste piegate dal peso della giornata ormai volta al termine; io non avevo nessuna fatica lavorativa che mi gravava sulle spalle, solo Bob Dylan per le orecchie e il naso schiacciao sul finestrino.
C’era un'altra ragione per cui non me ne sarei potuta stare bonariamente seduta come ci stavano quei culi sicuramente più gonfi di sonno di quanto lo fosse il mio corpo intero. Mi mancava l’aria: quando mi interrogano a riguardo affermo di essere claustrofobica, ma non è che una bieca autodiagnosi che pregiudica delle orecchie disinteressate ad ogni qual discorso proteso per più di un periodo.
Perché io chiusa in una stanza da sola ci sto da Dio. Ma non se con me c’è qualcun altro.
Mai, per tutto l’oro del mondo, avrei accettato di chiudermi una porta alle spalle senza una comoda via d’uscita, sia anche solo un finestrino che mi offrisse un panorama che io, ed io sola, avrei carpito. Volevo aver più di tutti gli altri passeggeri della carrozza, fosse stato anche un odore di piscio che si alzava dalle rotaie o delle ucraine che si spogliavano e rivestivano su dei binari morti. Che per loro questo sia meno interessante che leggere un giornale, non fa che incrementare la mia tenacia.
Perché io, solo io, ancora una volta, ne percepivo il valore.
E lo vivo come fosse un dono di Dio, insegnamenti in codice codificabili da pochi eletti.
Ed io, solo io, su quel treno ero in piedi col sorriso rivolto ad un immagine che si mostrava e subito dopo ripartiva nella sua evoluzione.
Come avrei potuto deludere il mio Dio ignorando le sue parole? Certo, come messaggi subliminari arrivano a tutti. Ma io, io posso viverle come emozioni manifeste ed in quanto tali ne potevo riflettere con coscienza, senza che dobbano incubarsi nell’inconscio e svelarsi quando parrà loro. Io le ho tutte tra le mani le Sue parole. Ho visto i suoi consigli in descrizioni di parabole che non potrebbero essere più efficaci.

Una donna supina a mani congiunte intenta a sgranare perle di rosario come fosse una miniera di futuri migliori, un bambino a naso all’aria con lo sguardo fisso nel sole, i passeggeri senza biglietti sgattaiolare dai loro vagoni come fossero topi scovati dal gatto.

La vera misticità non sta in loro, ma in me che li vedo susseguirsi una dopo l’altra.