mercoledì 7 aprile 2010

Was that a goodbye hug?

Ho appurato che non si può risolvere il problema dello svegliarsi presto non andando a dormire.
Vorrei bastasse riconoscere d'aver sbagliato per far passare le borse sotto gli occhi e i brividi che scivolano senza sosta tra le quattro paia di calze e i due maglioni.
E invece no.
Ho dovuto guardarmi allo specchio, cambiarmi vestiti strafighi che però mi stavano una merda capendo come avevi potuto buttarmi fuori di casa con tanta facilità, andare alla Uban trovando il pacchetto di Pall Mall che esattamente sei ore fa avevo abbandonato lì uscendo.
E poi riprendo con le paranoie, che starebbero meglio all'ombra. Come la mia faccia d'altronde, ed invece è costretta alla pessima luce delle 7 del mattino.
Dunque, mi illumino: ci siamo incontrati, mi hai dimostrato quanto sei figo, mi hai detto che tenevi a me. Hai evitato ogni promessa, hai avuto un'abilità ammirabile nell'evitare di lasciarmi il tuo numero di telefono, mi hai ospitata per 21 giorni sapendo perfettamente quanto fossi sensibile al “sentimi in debito” e ne hai beatamente approfittato. Senza mai smettere di dimostrarmi quanto fossi più bravo di me in ogni cosa, riprendendomi come fossi una bambina e scopandomi come fossi una troia.
Ho fatto tutto come chiedevi, ho taciuto ad ogni umiliazione.
Me ne sono andata e mi hai abbracciata. Was that a goodbye hug? At this point, I have to hope so.
Indeed, I don't.
Sono qui ad aspettare anche ora che tu mi scriva facendo sogni imbarazzanti in cui mi dici che ti manco. E io che non ti credo; tu, sempre tra l'allibito e l'addolorato, mi rispondi che non capisci perché debba dire una cosa del genere.
Sei stato proprio un ottimo attore, fin da subito.
E intanto Berlino mi scivola davanti; prima il centro, poi Charlottenburg fino a cadere nella periferia.
Ho la nausea, fame, sonno e sono depressa marcia.
Sono visibilmente vestita da zoccola, con tanto di smalto rosso, parigine e minigonna.
Non ho proprio nulla che possa far credere che è martedì mattina e che sto andando in ufficio per il primo giorno di lavoro
ora ricordo che pur di alzarmi mezz'ora dopo ho studiato per tre anni come una folle per poter andare alla scuola di suore sotto casa.
Ne era valsa pena.
Anche se questa volta il panorama merita d'essere guardato, è tutto troppo silenzioso a quest'ora per ignorare la voce che riecheggia tra le tempi, dalla forma di “I miss you baby”.

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